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giovedì 4 giugno 2009

7°Assignment: Papavero, sonno ed oblio


Sono approdata anch'io su Medal.org.
Come sempre la prima sensazione che provo a vedere cose strane che non capisco è un iniziale rifiuto, seguito dalla più forte curiosità che poi mi riporta, in questo caso, al sito che avevo tempestivamente chiuso, perché non c'avevo capito nulla.
Poi pian pianino inizio a muovere i primi passi e poi, via, corro.
La mia corsa mi ha condotto a trovare molti algoritmi interessanti, che reputo, saranno utili al primo impatto con il paziente.
Servono a costruirsi una sorta di schema, preciso, esatto su cui poi l'incertezza verrà inserita a sua volta.
Anche questo sistema è una sorta di equilibrio: capire il limite della certezza senza affidarsi totalmente né a lei, né all'incertezza.
Il discorso torna, è riconducibile a quello del caos, dell'ordine, della follia e della ragione.

Ho percepito abbastanza subito l'utilità di Medal.org, ma non avendo gli strumenti necessari per fare una ricerca in campo medico,abbastanza decente, ho cercato una cosa totalmente inutile: ricondurre attraverso l'esame delle urine se un paziente ha abusato di semi di papavero e quindi si è intossicato.
La ricerca è un po'sulla solita linea d'onda di quella che feci su PubMed riguardo alla cadaverina e la putrescina: a prima vista sembra inutile, ma poi non è così, almeno per me!
Avremo le orecchie piene di malattie comuni o meno comuni (non vedo l'ora!), ma appunto il bello sta nei casi meno comuni: l'incertezza dà il brivido.
Per adesso non siamo in grado di costruirci un solido bagaglio di esperienza, almeno all'interno dell'università, e quindi le cose diverse bisogna un po'inventarsele!

Inserisco un breve passo tratto dal libro"I paradisi della droga", dal capitolo "che cosa sono gli stupefacenti"di Nedd Willard in cui spiega a livello elementare come vengono prodotti i vari tipi di droga, in questo caso gli oppiacei.
Il suddetto libro non pensa venga ancora pubblicato.

"...Quando si scalfisce la capsula del fiore di papavero o le si pratica una incisione, ne esce una resina pastosa:l'oppio.
Sotto questa forma bruta lo si può mangiare, o bere, oppure fumare. I procedimenti di estrazione permettono di ricavarne la morfina e un altro prodotto potentissimo, l'eroina. Qualunque sia la loro forma, gli effetti generali di queste sostanze restano all'incirca gli stessi. L'oppio e gli oppiacei calmano e sopprimono il dolore, e alleviano l'ansietà. Il meccanismo dei loro effetti è male conosciuto. Sembra che essi esercitino un effetto sedativo su certe regioni del sistema nervoso centrale e che tendano così a ridurre la fame la sete la paura e il dolore. Non sembra che essi diminuiscano la capacità di ogni individuo a lavorare , o a reagire nelle diverse nelle diverse situazioni sperimentali."

Detto questo, tanto per riportare alla mente l'argomento, dichiaro di aver scelto questo tema perché magari potrà capitare il caso di un bimbo che ha ingerito semi di papavero e che ha certi sintomi spiegati nell'algoritmo.
Tanto per ricordare: io da piccola non so quante gemme di papavero avrò aperto per vedere se il fiore sarebbe nato rosso o no! (In realtà penso che quelli più chiari erano semplicemente più giovani. Che crudele ero.)
Me ne sarò mangiati qualcuno, anche se ho rimosso!
Comunque quello di cui parlo è io è Papaver Somniferum, che non cresce nei nostri prati, anche se le sostanze contenute sono le stesse, ma presenti in minor quantità.
Comunque il papavero, il magico fiore , ha il potere di attrarre con la sua quasi trasparente evanescenza.

Se vi interessa andate su Medal.org e, dopo essere entrati, scrivete poppy.
La pagina che ho considerato è la prima (sono solo due gli articoli che vengono dalla ricerca!)
Avevo provato a mettere il link all'articolo, ma non si può: è necessaria la registrazione a Medal.org.

sabato 30 maggio 2009

"Il medico e lo stregone"





Ieri ho assistito alla proiezione del film "Il medico e lo stregone": una commedia italiana degli anni '50 molto piacevole e divertente, ma allo stesso tempo ricca di un messaggio educativo profondo ed ancora attuale.

Prima di parlare della discussione/riflessione derivata dalla visione del film cerco di spiegare brevemente la natura del progetto che ieri è stato presentato.
Si tratta della proiezione di una serie di otto films, a partire da gennaio prossimo, che devono ancora essere scelti, ma che avranno come tematica "Le medicine".
Le medicine possono essere intese come le medicine alternative alla tradizionale, oppure come la medicina ospedaliera e territoriale: questo è ancora da vedere.
Gli incontri saranno seguiti da forum di discussione guidata da esperti.
Il progetto terminerà con una sorta di laboratorio, ma sinceramente non ho ben capito di cosa si tratterà.
Le informazioni che sto scrivendo sono state date dalla Prof.ssa Valanzanoe da altri collaboratori impegnati nel progetto durante l'incontro di ieri; in futuro ci saranno certamente dei cambiamenti.
Il progetto, che sta nascendo anche in altre facoltà di medicina, ha come obiettivo quello di portare gli studenti, che stanno percorrendo la lunga strada della formazione, a riflettere sul lato umano del ruolo che ricopriranno in futuro attraverso la visione di un film, che è in grado di provocare reazioni emotive istantanee e pertanto può essere utile.
Si inserisce nel panorama, nella linea guida che la Prof.ssa Valanzano sta plasmando nella nostra facoltà: potenziare il carattere umano della comunicazione durante la formazione, attraverso progetti come il nostro tirocinio al primo anno, che anche se troppo lungo, aveva come finalità un aspetto degno di molto rilievo: il percepire, senza schemi di pensiero predefiniti, la vita e la comunicazione nel reparto, guardando al lato umano della cosa, ovvero guardando gli uomini, non sono i malati (neanche le malattie, che ancora non conosciamo), ma anche anche il resto del personale che si aggira in ospedale.

Il film dovrebbe indurre a questo tipo di riflessione, almeno così ho capito io, allontanandosi un po'dai soliti libri.
E' un po' come far vedere al popolo lo spettacolo teatrale per denunciare la politica: i mezzi visivi sono molto diretti.

Comunque, tornando al film, in due parole racconta la storia di un giovane medico condotto (Mastroianni) che viene mandato ad esercitare la sua professione in un paesino di montagna in cui non era arrivata la medicina, e con lei il progresso. Nel paesino le persone si facevano "curare" da don Antonio (De Sica), uno stregone che sfruttando l'ignoranza e la fiducia che il popolo aveva verso di lui, "risolveva" problemi di salute e non solo.
Il medico non riceve subito dalla gente l'apertura e il rispetto che sperava.
Il popolo rifiuta le sue cure semplicemente perchè il medico non aveva stabilito contatti, come invece aveva fatto lo stregone.
Ci vorrà del tempo perché il medico acquisti la fiducia della gente e in questo consisterà la sua formazione umana, che lo costringerà anche a giungere a dei compromessi.
Tra ciarlataneria e scienza medica, certamente vince la seconda, ma, anche se è difficile da ammettere, ha anche lei qualcosa da imparare dalla prima: il suo lato comprensivo e l' empatia (così almeno viene rappresentata la ciarlataneria nel film).

Il medico può curare e quindi aiutare solo se il paziente ha fiducia in lui e ha creato con lui una relazione umana.
Come è venuto fuori dalla discussione, il discorso può sembrare circoscritto al solo medico di medicina generale, che è il primo punto di riferimento sanitario del cittadino, ma non è vero, infatti può essere esteso anche all'equipe medica e non, in reparto: la comunicazione fra il personale tra di sé e con il paziente è la base per creare un ambiente più favorevole alla cura.

In questa riflessione sembra che sia stato lasciato da parte il lato della conoscenza in senso stretto. Non l'ho rimarcato perché è considerata fondamentale all'unanimità.
La conoscenza è conditio sine qua non, ma nella medicina è fondamentale non perdere di vista la persona con il suo vissuto e i suoi valori che vanno non solo rispettati, ma anche compresi ed accettati.

C'entra sempre la psicologia positiva e l'effetto placebo: la fiducia fa già tanto da sè.

domenica 24 maggio 2009

Anche se ancora oggi ho difficoltà a capire


La visita ormai giornaliera della blogoclasse, l'annaffiatura dei miei fiori, qualche volta mi pone dei dubbi e delle tematiche su cui riflettere che possono dare inizio ai miei usuali stream of cosciousness.
Questa sera è così.
Sensazioni avute in momenti e in luoghi diversi mi hanno portato, con più forza del solito, a chiedermi il perché sia così difficile concretizzare il desiderato.
Caso, risponderei, ma non solo.
Per fortuna, altrimenti dovrei spararmi.

"Non sono sempre i desideri a determinare il destino e la missione di un uomo: ci può essere qualcos'altro, di predestinato". Hermann Hesse

Prendendo spunto dal post di Irene (Irros'blog) sul quindicesimo anniversario dalla fondazione di Emergency trascrivo un brano tratto da "Pappagalli verdi"di Gino strada, che spero abbiate letto: non posso che ripensarci con una forte ammirazione unita a un senso di infinita piccolezza.
E'un medico anche lui, come, forse, lo saremo in tanti, ma certamente un po'diverso da molti di quelli che girano nei nostri ospedali con il camice bianco immacolato.
Avremo noi almeno un pizzico della sua forza per CREARE e per CREDERCI?

La lettura del suddetto libro/insieme di ricordi mette di fronte a una realtà inumana.
Nel mio piccolo penso: mi alzo e vado.
Ma quanta forza ci vuole a estendere quella coscia.


"Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell’ospedale di Quetta.

Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o quel che ne restava, coperti da abbondanti fasciature.
Stava sdraiato, immobile, la camicia annerita dall’esplosione.
Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l’emorragia.

“È stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi” disse Mubarak, l’infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino di acqua e una spugna.

Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo.
Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento.

In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c’era più, sostituita da un’orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate.
Avrà preso in mano una granata, mi sono detto.

Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.
“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’ hanno raccolta sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala.
“…Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota.
Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”

Mine giocattolo, studiate per mutilare i bambini.
Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire…

Tre anni dopo ero in Perù.
Quando me ne andai da Ayacucho, dopo mesi passati a organizzare il reparto di chirurgia, un amico peruviano, artista e poeta, mi ha regalato un retablo, una specie di presepe in gesso.
Una scena di violenza e di lotta per il diritto alla terra.

Intorno alle figurine di contadini incatenati, trascinati via da militari con il passamontagna, tante spighe di grano, molto alte, dorate.

Sopra le spighe stormi di loros, pappagalli verdi col becco adunco e gli occhi rapaci.
“Per i contadini di qui – mi disse Nestor spiegandomi il retablo – i pappagalli simboleggiano la violenza dei militari, hanno lo stesso colore delle loro uniformi.
Arrivano, si prendono il raccolto, spesso uccidono, e se ne vanno via.”

Nestor mi raccontava la misera vita della gente di quella regione andina, le sofferenze e la rassegnazione, e la violenza sistematica.
Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan.

Mine antiuomo di fabbricazione russa (reverse engineering di un oggetto statunitense disperso largamente in Vietnam nei primi anni '70), modello PFM-1.
Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre.

E ho visto i suoi occhi increduli, come erano stati i miei, e le labbra aprirsi un poco in segno di sorpresa.

La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto.
Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.

Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto.
Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini.

La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione.
Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.

Poi esploderà.

E qualcun altro farà la fine di Khalil.


Amputazione traumatica di una o di entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità.

Insopportabile.


Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio.
Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono.

Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio per sempre.

Dicevo queste cose a Nestor, seduti nel suo laboratorio pieno di quadri e sculture, e di figurine in gesso da colorare.
Discorrevamo di guerra e di violenza, di repressione e di libertà, di diritti umani.
Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza?

Mentre mi parlava delle tragedie della sua terra, del massacro dei contadini di Huanta che chiedevano solo che i loro figli potessero andare a scuola, avvertivo nelle sue parole, mescolate a un atavico pessimismo, la rabbia soffocata, il desiderio di ribellione.

Ma poi, inevitabilmente, il suo pensiero tornava ai pappagalli verdi, a quelli che scendevano dal cielo nel lontano Afghanistan.
E allora Nestor scuoteva la testa, e la rabbia lasciava il posto alla tristezza, quella che riempie la mente quando non c’è più la possibilità di capire, quando è svanita la ragione ed è solo follia.

Così abbiamo immaginato – sapendo che era tutto maledettamente vero – un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della PFM-1.
E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai in un’officina che ne producono a migliaia, ogni giorno.

Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli.
E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti….

Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti.
Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare quegli infelici per il resto degli anni.
Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato.

E tutto ciò avviene dalle nostre parti, nel mondo civile, tra banche e grattacieli. Al confronto anche i loros, verdi pappagalli che infestano le Ande, sembrano meno feroci, verrebbe da dire più umani.

Non ho più saputo nulla di Mubarak, da sette anni.
Ho incontrato molti Khalil in giro per il mondo, l’ultimo si chiama Thassim.

Non è afgano, è un ragazzo curdo di quindici anni, è cieco e senza mani. L’ho operato due settimane fa, uno strano intervento chirurgico che trasforma gli avambracci e li rende simili alle chele di un granchio, o a bastoncini cinesi, perché possa afferrare gli oggetti, mangiare da solo, fumarsi una sigaretta.
Gli stiamo insegnando ad adattarsi alla nuova forma del suo corpo, a usare al meglio quel che è rimasto.

Thassim ha raccolto la sua mina, il suo maledetto pappagallo verde, vicino a Mawat, un villaggio di montagna circondato da boschi di querce, rese ancora più maestose dalla prima neve di novembre.

Lo guardo mentre cerca, per ora senza successo, di portarsi un cucchiaio alla bocca senza rovesciare la zuppa.
È stanco, e un poco frustrato, per oggi non vuole più saperne di fare esercizi."

martedì 28 aprile 2009

5°Assignment: Delitto perfetto o alito letale?



Ho tentato un approccio con PubMed diversi giorni fa e, devo amettere, che l'ho subito trovato difficile da utilizzare per la quantità di articoli presenti e per la mia incapacità di porre degli adeguati limiti.
Con il tempo, il mio atteggiamento è gradualmente migliorato.

Ho letto l'articolo del Professore e condivido la sua visione di attuale mondo scientifico: da una parte non bisogna buttarsi ad occhi chiusi in PubMed e, più in generale, tra la moltitudine di materiale disponibile: è un salto nel buio, ma con un po'di fortuna e di pratica dovremmo essere in grado di trovare quello che ci interessa.

Io ho fatto diverse ricerche ma voglio riportare quella sulla cadaverina e sulla putrescina.

Queste 2 sostanze mi furono presentate l'anno scorso dal mio Prof di Chimica Organica, che tra l'altro ricordo con piacere, e per il loro nome -assurdo direi- e la loro potenza destarono la mia curiosità.

Il prof ci disse che questi composti organici erano prodotti della decomposizione di proteine ed erano letali.
Tali sostanze vengono liberate nella carne in putrefazione, dopo qualche ora dal decesso.
Pertanto se si prelevavano da un cadavere e si iniettavano in un altro, l'altro moriva.
Delitto perfetto perchè la cadaverina e la putrescina si sarebbero formate anche nel nuovo morto e si sarebbero mescolate con quelle inserite prima, non lasciando alcuna traccia.

Ho cercato su PubMed e in Rete approfondimenti, ma purtroppo non ci sono riuscita.
Ma nel fare questa ricerca ho scoperto che queste sostanze sono tra i responsabili dell'alitosi.

Chi fosse interessato, questo è l'articolo.

Questa patologia è causata ,di solito, dalla proliferazione di batteri anaerobi nel cavo orale che producono, tra le varie sostanze, anche cadaverina e putrescina, che "donano" il cattivo odore all'alito.

Per chi fosse interessato all'argomento, decomposizione e simili, consiglio un libro "Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri" di Roach Mary, una giornalista che ha raccontato brillantemente la sua ricerca sui cadaveri donati alla scienza negli USA.
E'interessantissimo e scritto molto bene: sono dosate alla perfezione ironia e informazioni di carattere scientifico.

venerdì 10 aprile 2009

Doni?


Salve,
da un po'di tempo ho deciso di scrivere un post sulla donazione del sangue e, pur sapendo che non dirò niente di nuovo e di illuminante, voglio provare a dire la mia opinione a riguardo.
Credo che questa pratica,largamente pubblicizzata, non sia entrata con "prepotenza" nella vita della maggior parte della popolazione che gode di buona salute.
Per quanto mi riguarda, conosco davvero poche persone che donano, molte che non considerano minimamente la possibilità e che non ne valutano l'importanza.
Mi auguro che nell'ambiente della blogoclasse la situazione sia un po'diversa, anzi ne sono certa, ma comunque ho inserito un sondaggio sul vostro rapporto con la donazione.
Il motivo per cui l'ho fatto è perchè quando siamo di fronte a una domanda, riflettiamo.

E'normale che la riflessione conduca alla valutazione del proprio comportamento e magari questo può far scattare qualcosa.
Voglio sottolineare che non l'ho inserito per far sentire in colpa chi non dona, nè per sentirmi migliore di chi non lo fa.
Forse penserete che gli articoli scritti su argomentiti di questo tipo abbiano come fine quello di sentirsi la coscienza a posto: io non la penso così.
Non vale la consequenzialità "se io dono allora sono più buona e brava di te".
Infatti, secondo me, il semplice gesto della donazione è un atto civile, di buon senso, non è eroico: per fare un esempio pratico è come chiamare il 118 se ci si trova davanti a un incidente.
Nella mia testa il meccanismo è pressappoco lo stesso.
"Sono sana e sto bene, che me ne faccio di tutto questo sangue se il mio midollo può benissimo riprodurlo velocemente, mentre quello di altri non può?".
Allora dono, così come chiamo il 118 : in entrambi i casi non mi costa niente.
Secondo me dovrebbere essere obbligatorio donare,qualora si abbiano i requisiti previsti.
Il sangue donato è fondamentale per i cosidetti "politrasfusi" ovvero pazienti affetti da leucemia, talassemia, emofilia, epatopatie e anemie varie, ma anche per i trapianti diretti.
Noi, attualmente dipendiamo dall'estero e dato che
il sangue è un bene rinnovabile mi sembra quasi paradossale non essere autosufficienti.

Naturalmente mi auguro che qualcuno decida di donare dopo aver risposto a una banalissima domanda.
Ci tengo a precisare che la motivazione che mi ha spinto a scrivere un post sull'argomento è stata la notizia di un po'di tempo fa sul sangue artificiale, che tutti avrete sentito.
Se non l'avete fatto,cliccate qui.
Comunque, in breve "un centro di ricerca inglese ha promesso che nel corso di 3 anni verrà messo a punto il sangue artificiale".
La notizia di per sè è formidabile.
Basta un attimo, però, per rendersi conto che dietro una così brillante scoperta ci sono una serie di problematiche logistiche ma soprattutto economiche.
Chissà quanto costerà questo sangue bionico?
E chissà dopo quanto tempo sarà una risorsa utilizzabile nei nostri ospedali?
Magari quando noi saremo già in pensione.
Quindi, perchè aspettare con le mani in mano questi 3 o più anni?
Basta trovare un po'di tempo: il Cubo è davanti alla Piastra dei Servizi, ma comunque in ogni ospedale c'è il Centro Trasfusionale.
Io ho aspettato molto prima di donare: non sono agofobica-esisterà??-, nè particolarmente affezionata al mio sangue-un po'lo siamo tutti!-,ma tra una cosa e l'altra, pur avendo sempre avuto il desiderio di donare, mi sono decisa a farlo solo pochi mesi fa, dopo aver rimandato un sacco di volte.
Spero che la mia voce, venga almeno sentita, se non ascoltata: "Siate voi il cambiamento che volete nel mondo" Gandhi.
Vi invito a lasciare le vostre opinioni e esperienze.
Sicuramente qualcuno di voi farà parte di un'associazione di donatori, può gentilmente spiegarmi le differenze che ci sono con chi non è iscritto, ma comunque dona?
Grazie.

P.S: Non mi tornano due cose sui requisiti per i donatori:
  • Peso maggiore di 50 Kg. Se uno è 50 Kg ma è molto basso perchè non dovrebbe donare? Andrebbe considerato il rapporto peso/altezza;
  • Bisogna essere maggiorenni per donare, ma perchè si può guidare il motorino a 14 anni? Assurdo. Magari dipenderà dalla sviluppo, ma penso che in linea di massima a 16 anni si sia già sviluppati e maturi(in teoria) per decidere cosa fare del proprio sangue.

lunedì 23 marzo 2009

Occhio alle lenti


Noi, portatori di lenti a contatto, più spesso di quanto immaginiamo ci facciamo del male, ma , cosa ancora più grave, lo facciamo anche anche agli altri.
Navigando nella Rete per informarmi (spero) adeguatamente riguardo a queste sferette morbide che mi ostino a mettere, ormai abbastanza frequentemente, mi sono imbattuta in una serie di articoli che dichiarano quanto sia da un lato formidabile e dall'altro pericoloso l'utilizzo di questi oggetti.
Innanzi tutto bisogna puntualizzare che questi tondini trasparenti dall'aspetto insignificante fanno davvero "miracoli".
Per un miope avere una percezione periferica perfetta è una cosa notevole; sicuramente lo sarà anche per i soggetti affetti da altre patologie.
Come tutti sanno esistono svariati tipi di lenti che sono sopportate più o meno da tutti, se ne viene fatto un uso corretto.
Per uso corretto si intenda un'adeguata pulizia, una costante lubrificazione dell'occhio e una certa conservazione della lente.
Fin qui sembra tutto estremamente banale e ovvio. Ma purtroppo non lo è.
Per mancanza di informazione "ogni giorno in Italia una persona perde un occhio per il cattivo utilizzo delle lenti a contatto".
L'allarme viene dalla Società Oftalmica Italiana.
E' stata fatta un'idagine che ha riportato che soltanto 2 persone su 10 fanno un uso corretto delle lenti.
Ho sempre diffidato riguardo a questo tipo di indagini, ma magari del vero c'è.
Ipotizzo che sia così perchè nessuno nè l'oculista nè il venditore di lenti si preoccupa di insegnare come vanno usate, fregandosi di salvaguardare così la salute del consumatore.
Per quanto mi riguarda nè il medico oculista nè l'ottico mi hanno mai allarmato riguardo a certe precauzioni da prendere.
Mi preoccupo di riportare semplicissimi consigli che ho trovato qua e là.
Vi invito a riflettere se siete dei buoni portatori di lenti:
  1. Le lenti vanno massaggiate con la soluzione salina per ripulirle dalle proteine secrete dell'occhio;
  2. I contenitori vanno sostituiti ogni mese;
  3. Le usa e getta devono essere davvero buttate via dopo essere state usate anche se solo per poche ore;
  4. Non bisogna lavare le lenti con l'acqua corrente;
  5. Non bisogna fare le doccia con le lenti;
  6. Il motivo dei punti 5 e 6 è che nell'acqua corrente ci possono essere dei batteri o l'acantoameba che è il principale fattore di cheratiti corneali incurabili.

Il cattivo uso delle lenti dipende dalla cattiva informazione.
Pertanto bisogna essere consumatori consapevoli, non solo per noi, ma anche per gli altri e infomare quanto ci è possibile.
Inoltre ribatisco che è un atto di egoismo trattarsi male, anche se sembra assurdo, e nel caso specifico usare senza consapevolezza le lenti, poichè compromettendo la nostra vista infrangiamo il diritto/dovere del buon cittadino di salvaguardare la propria salute.
Purtroppo devo dire che,se è possibile evitare malattie, bisogna farlo: anche in termini economici un malato costa, e se certe malattie si possono evitare con un po' di informazione, perchè non farlo.