martedì 29 settembre 2009

lunedì 21 settembre 2009

Sonno


E'da qualche giorno che voglio scrivere un post sull'insonnia, io che d'insonnia vera non ho mai sofferto, ma che, ecco, ho difficoltà ad addormentarsi quando si avvicinano certi eventi che temo o su cui nutro molte aspettative.

Il fatto di voler scrivere un post, pensavo, mi potesse aiutare a razionalizzare sul fatto che il mio non è poi un grande problema.
Mi interessava capire cosa davvero fosse questa fantomatica insonnia.
Sinceramente non è che adesso ne sappia tanto di più, ho letto qua e là qualcosa e questa mi sembra la più interessante, ma dato che non sono per niente fresca, per il suddetto problema, i miei neuroni lavorano a una velocità ridicola e non è che assimilino tanto in questi giorni!!

Mi sono appuntata qualche titolo da leggere, lo farò in tempi migliori.

Quello che mi andava di scrivere non sono i rimedi presi qua e là e tramandati di padre in figlio che sono tanto pittoreschi, ma a me, in tutta sincerità, non hanno mai fatto niente, ma consigliarne uno.
Leggete la Littizzetto!!
Questo è il mio antidoto anti-insonnia: è stata efficace durante la maturità, ma purtroppo funziona solo quando leggo qualcosa di nuovo.
Se si degnasse di pubblicare altro forse i miei sonni tornerebbero tranquilli...

giovedì 20 agosto 2009

Compromesso?

Valutando gli sforzi, che sviscerano il pensiero, alla ricerca di un punto di contatto, di un nuovo e giusto compromesso, di maletti punti in comune, che vacillano, sento che per certi sensi ne vale la pena, la fatica viene subito ricompensata: tutto questo ha un nome, chiamatelo con il Suo nome.
Le certezze mi uccideranno.

"Come mi sento lontano da loro, dall'alto di questa collina. Mi sembra d'appartenere ad un'altra specie. Escono dagli uffici, dopo la loro giornata di lavoro, guardano le case e le piazze con un'aria soddisfatta, pensano che è la loro città, una "bella città borghese". Non hanno paura, si sentono a casa loro. Non hanno mai visto altro che l'acqua addomesticata che esce dai rubinetti, che la luce che sprizza dalle lampade quando si preme l'interruttore, che gli alberi meticci, bastardi, che vengono sorretti con i pali. Hanno la prova, cento volte al giorno, che tutto si fa meccanicamente, che il mondo ubbidisce a leggi fisse e immutabili. I corpi abbandonati nel vuoto cadono tutti con la stessa velocità , il giardino pubblico viene chiuso tutti i giorni alle sedici d'inverno, e alle diciotto d'estate, il piombo fonde a 335 gradi, l'ultimo tram parte dal Municipio alle ventitré e cinque. Son pacifici, un po' melanconici, pensano a Domani, cioè semplicemente, ad un altro oggi; le città non dispongono che di una sola giornata che ritorna sempre uguale ogni mattina. La si impennacchia un po'la domenica. Che imbecilli. Mi ripugna il pensare che sto per rivedere le loro facce ottuse e piene di sicurezza. Legiferano, scrivono romanzi populisti, si sposano, hanno l'estrema stupidità di fare figli.
E frattanto la grande natura incolta s'è insinuata nella loro città, s'è insinuata dappertutto, nelle loro case, nei loro uffici, in loro stessi. Non si muove, si mantiene ferma in essi, essi vi stan dentro in pieno, la respirano e non la vedono, credono che sia fuori, a venti miglia dalla città.
Io la vedo questa natura, la vedo...So che la sua sottomissione è pigrizia, so ch'essa non ha leggi: quella che scambiano per la sua costanza...Non ha che abitudini, e le può cambiare domani.
E se capitasse qualcosa? Se d'un tratto di mettesse a palpitare? Allora s'accorgerebbero della sua presenza e gli sembrerebbe di sentirsi scoppiare il cuore. A che cosa gli servirebbero, allora, le loro dighe, i loro argini, le loro centrali elettriche, i loro alti forni, i loro magli a vapore? Ciò potrebbe succedere in qualsiasi momento, magari subito, i presagi ci sono. Per esempio, un padre di famiglia passeggio vedrà venire verso di lui, attraverso la strada, uno straccio rosso come spinto dal vento. E quando lo straccio gli sarà vicinissimo vedrà che è un pezzo di carne marcia , imbrattato di polvere, che si trascina strisciando, a sbalzi, un pezzo di carne torturata che si rotola nei rigagnoli proiettando a spasmi getti di sangue. Oppure una madre guarderà la faccia del suo bambino e gli domanderà :"Che cos'hai, lì, una pustola?"e vedrà la carne gonfiarsi un poco, screpolarsi, schiudersi e in fondo alla scepolatura apparirà un terzo occhio, un occhio beffardo. Oppure si sentiranno dolci sfioramenti per tutto il corpo, come le carezze che i giunchi dei fiumi fanno ai nuotatori. E si accorgeranno che le loro vesti sono divenute cose viventi. E un altro si accorgerà che qualcosa lo solletica dentro la borsa. S'accosterà ad uno specchio, aprirà la bocca: e la lingua gli sarà diventata un enorme millepiedi vivi, che agiterà le zampe raschiandogli il palato. Vorrà sputarlo, ma il mille piedi sarà una parte di lui stesso,e dovrà strapparselo con le mani. E apparirà una quantità di cose per le quali bisognerà trovare nomi nuovi, l'occhio di pietra, il gran braccio tricono, l'allucegruccia, il ragno-mascella. E colui che si sarà addormentato nel suo buon letto, nella sua dolce camera calda si risveglierà tutto nudo sopra un suolo bluastro, in una foresta di verghe rumoreggianti, rosse e bianche, erette verso il cielo come le ciminiere di Jouxtebouville, con grossi coglioni a metà fuori di terra villosi, turgidi come cipolle. E intorno a quelle verghe svolazzeranno uccelli che le becchetteranno facendole sanguinare, e da queste ferite colerà lo sperma, pian piano, lentamente, sperma mescolato a sangue, vitreo e tiepido, con piccole bolle.
O anche, niente di tutto questo succederà. non vi sarà alcun cambiamento apprezabile,ma, la gente, una mattina, aprendo le persiane , sarà sorpresa da una specie di denso orribile, pesantemete posato sulle cose, e che sembrerà aver l'aria di attendere. Null'altro che questo: ma per poco che questo duri ci saranno suicidi a centinaia.
Ebbene, sì! Che tutto questo cambi un poco, non domando meglio. Se ne vedranno altri, allora, piombati bruscamente nella solitudine. Uomini completamente soli, solissimi, con orribili mostruosità, correranno per le strade, passeranno pesantemente davanti a me, con gli occhi fissi, fuggendo i loro mali e portandoli con sé, con la bocca aperta e la loro lingua-insetto che sbatterà le ali.
Allora io creperò dalle risa, anche se il mio corpo sarà coperto da luride croste sospette che sbocceranno in fiori di carne, in viole, in ranuncoli. M'addosserò ad un muro, e griderò al loro passaggio: "Che ne avete fatto della vostra scienza? Che ne avete fatto del vostro umanitarismo? Dov'è andata a finire la vostra dignità di canna pensante?". Io non avrò paura -o almeno, non più che in questo momento. Forse che ciò non sarà pur sempre esistenza?Tutti quelli occhi che mangeranno lentamente un volto saranno di troppo, senza dubbio, non più dei due primi. E'dell'esistenza che io ho paura."
Jean- Paul Sartre

giovedì 13 agosto 2009

Per possibilità


In una sera d'estate, con la mente forse non più libera, ma più distesa del solito, mi sono trovata nella penultima fila di un improvvisato cinema all'aperto, in realtà un parcheggio, in compagnia di anziane coppiette che avranno di certo aspettato la frescura per avanzare lente oltre le loro porte, considerando dai tratti rilassati e da quei sorrisi serafici stampati in faccia.
Mi sono trovata lì un po'per caso, un po'per nostalgia del Cinema d'Essai che c'è qui in inverno (sono gli stessi che lo organizzano), un po'perché sono tornata da 2 giorni dalle vacanze e ho trovato un paese completamente deserto e tutto, l'ambiente, le persone, il cielo stellato che si intravede tra i tetti, il film, sono stati tra il piacevole e lo spiacevole:avevano un sapore dolciastro inusuale.

E'stato facile captare in meno di 30 nanosecondi che ero la più giovane tra i seduti, e anche se è normale, non so perché continuo a stupirmene.
Ma il punto è il film, Tulpan, la ragazza che non c'era di Sergei Dvortsevoy.
La storia di per sé non ha niente di emozionante, ma era strano, in quel contesto, percepire il messaggio che mandava, era dissonante, banale in superficie ma spaventoso un po'più a fondo.
Parla di un giovane kazako che, dopo il servizio in marina, fa ritorno nell'arida steppa e che, per iniziare una vita sua autonoma, necessita di un gregge, ma prima di tutto di una moglie.
L'unica possibile non gli si concede.

Su questi spazi aperti e magnifici gravita una gabbia tanto pesante e spessa da non lasciar passare l'aria. La rete degli eventi, la stessa Natura e la vita nomade tengono imprigionati la gioventu'come la vecchiaia in un cerchio eterno senza via di scampo.

La possibilità di cambiamento, di un' evoluzione si spenge senza essersi forse mai accesa, come se aleggiasse un senso di morte e fissità su una terribile bellezza.

Il messaggio del film, almeno quello che io ho ricevuto, è precisamente il contrario di quello che cerco di vedere nel domani.
E'la possibilità di cambiamento che rende liberi di agire, ma la cosa atroce è che entro certe gabbie non si percepisce che c'è un controllo, non si sente, non siamo oggettivi se coinvolti.

Ma quanto saremo in gabbia?
Né un film, né un pubblico, né un cielo me lo sapranno mai dire.

lunedì 13 luglio 2009

Con il senno di poi. Valutazione del corso

Ho aspettato un immenso spazio di tempo prima di decidermi a scrivere questo post, che non sarà necessariamente l'ultimo, anzi non lo sarà di certo, ma che comunque deve essere una sorta di resa dei conti, di pensiero maturo sul senso del corso.

Forse il vero motivo del mio estenuante rimandare è stata Istologia che mi aveva assorbito, rapito e annientato ogni forma di pensiero autonomo e scollegato da Lei (errore madornale per altro. Imparerò a scindere, mi auguro), ma non credo che sia stato l'unico.
Anche se nell'ultimo periodo non mi sono dilettata nella scrittura dei miei "interessantissimi"posts, ho osservato dall'alto, senza farmi vedere, quello che è rimasto della blogoclasse durante la sessione d'esame.
Immaginavo un canto del cigno, invece è stato, ed è, tutto molto diverso.
La frequenza degli aggiornamenti si è ridotta, ma si percepisce che ancora c'è vita e che ci rimarrà per un po'.

Comunque bisogna valutare il corso.
Partirò dalla mia prospettiva.

In principio ero terrorizzata dall'idea di tenere un blog, non perché mi sentissi superiore o completamente impacciata nel Web 2.0, ma perché mi intimoriva mettermi in mostra.
Non mi andava che si leggesse quello che scrivevo perché non consideravo questo tipo di confronto, che mi sembrava indiretto, come produttivo e stimolante; mi faceva paura e basta.
Comunque avevo desiderio di fare questa nuova esperienza, ero attratta dall'idea.
Così ho iniziato a scrivere qualcosa e poi, facendomi violenza, ho iniziato a commentare i blog degli altri.
Alla fine, però, ci ho preso gusto.

Non ho mai scritto con costanza, ma solo quando c'era qualcosa che mi andava di condividere.
Io ho risposto così. Non credo che sia questione di giusto o sbagliato è semplicemente accaduto così.
La risposta agli stimoli mandati dal Prof è stata, per fortuna, abbastanza eterogenea.

Infatti l'aspetto che più ho apprezzato in questa esperienza sono state le discussioni nate dalle reazioni dissonanti e critiche a quello che ci veniva proposto. In questo modo ho avuto più spunti per una riflessione.
Ho avuto modo, infatti, di porre l'attenzione su cose che immaginavo non mi avrebbero coinvolto, come invece hanno fatto.

Il Prof ha parlato più volte di esperienza durante le riflessioni sull'educazione: più che con tante parole ha mandato questo tipo di messaggio con il farci creare la blogoclasse.
E'stato un corso, e continuerà ad essere, un corso di libero pensiero e libera espressione.

Però per me non è stato tutto così facile e diretto.
Ho accettato dopo diverso tempo questo modo di fare un corso, non tanto nella modalità didattica, se così si può dire, ma nel modo in cui erano poste le questioni.
Troppo provocatorio.
Ora però capisco perché sia stato necessario che fosse così.
Che si voglia ammettere o no, il Prof aveva ragione a dire che passiamo sotto il suo sguardo per poco tempo e che è fondamentale essere pungenti per far reagire.

Per me è stato molto di più di un Corso d'Informatica.

domenica 12 luglio 2009

Corro


"Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.
Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, non importa che tu sia leone o gazzella, l'importante è che cominci a correre."

martedì 9 giugno 2009

Sull'immortalità della Rete


Ho acceso il computer senza avere la minima intenzione di scrivere un post, ma come potrete notare ho cambiato rotta.
Considerando che i miei neuroni sono in stand-by e che questo sarebbe un momento di riposo dall'embriologia, non garantisco niente.
Prendete un po'quello che mi viene, sempre che vi vada di leggere queste due pensieri buttati là e scritti anche male.
Gli argomenti di cui vorrei parlare sarebbero due, ma forse è meglio "riflettere"solo sul primo.

Domenica il mio caro bel computerino è morto, o meglio, la sua anima è uscita dal corpo.
L'hard disk se ne è andato verso più bei luoghi, mentre le membra sono rimaste in camera mia.
Ed ecco fatto: in un batter d'occhio tutte le mie cose scritte, fotografate, scaricate in questi due anni si sono volatizzate.
Perché? Perché qualcosa non ha funzionato.
So bene che sono stronzate, quando non funziona qualcosa nella nostra macchina, che saremo noi stessi, è palesemente molto peggio, ma insomma voglio parlare del mostro, della tecnologia, che, come tutto il resto, quando vuole ti porta via materialmente cose a cui, in un certo senso, tieni molto.
Non voglio prendermela con l'oggetto intelligente che si è stufato di fare il suo dovere, l'imbecille sono solo io che non ho salvato tutto su un hard disk esterno o su una pagina wiki, lasciando da parte che è successa la stessa cosa a mia sorella un mese fa.

Comunque , e qui l'elogio allo Web 2.0, lui regge, resiste, dura e non si rompe.
Ma è immortale?
Dato che è stato creato da noi e che di imperituro non può esistere niente, la risposta è certamente no.
La rete è una cosa viva, ci disse il Prof in "Coltivare le connessioni", e non posso che dire che se è viva può morire.
Non sono un'esperta in informatica, sono alle prime armi e per me aver creato un blog è già tanto, e quindi in fondo, alle fondamenta non so come funzioni questa cosa strabiliante che ti permettere il contatto con l'esterno ovunque (o quasi) tu sia.

Ovviamente non si può neanche prevedere, anche se è molto remoto e impensabile, che salti tutto.
Ma può succedere, almeno credo.
Per come è fatto, almeno in apparenza, Internet sembra invincibile sopra le parti per le opportunità che offre e per la grandezza smisurata di informazioni, di visioni e di contatti che sono nati là dentro.
E'umano non concepire l'idea della fine, del black out, in ogni campo, ma se poi la fine coincide con la perdita di un qualcosa che non è mai stato "concreto",nel senso di toccabile, è ancora più strano.

E qui giungo a dire che non sarebbe un problema.
I templi, le statue, i palazzi o le varie forme d'arte sono state fatte dall'uomo per essere guardate toccate e sentite nell'accezione concreta del termine.
Internet, se viene utilizzato in un certo senso, è un insieme di strumenti che portano alla riflessione, alla cura e allo sviluppo interno: nutrono solo l'anima, come fanno anche le forme d'arte, ma in maniera diversa.

Il resto che sta fuori, quello creato dall'uomo , deve rimanere, deve essere conservato quanto più a lungo e non può evolvere: si mostra sempre nello stesso modo (pensate a un dipinto) e deve arrivare ai più nel tempo perché avrà certamente qualcosa da dire di diverso a loro, a seconda del periodo storico, della sensibilità personale e di molte altre cose. L'osservazione , la conoscenza e l'esperienza faranno nascere da lì altre idee, che si spera non cancellino quello che c'è stato, ma partano da lì per migliorarsi e per andare avanti. La Rete, invece, è costruita in modo da rinnovarsi e superarsi di attimo in attimo, quasi fosse davvero naturale e non statica, come molte delle cose che noi costruiamo.

E se si rompe,pace: verrà ricostruita meglio, con idee nuove.