lunedì 13 luglio 2009

Con il senno di poi. Valutazione del corso

Ho aspettato un immenso spazio di tempo prima di decidermi a scrivere questo post, che non sarà necessariamente l'ultimo, anzi non lo sarà di certo, ma che comunque deve essere una sorta di resa dei conti, di pensiero maturo sul senso del corso.

Forse il vero motivo del mio estenuante rimandare è stata Istologia che mi aveva assorbito, rapito e annientato ogni forma di pensiero autonomo e scollegato da Lei (errore madornale per altro. Imparerò a scindere, mi auguro), ma non credo che sia stato l'unico.
Anche se nell'ultimo periodo non mi sono dilettata nella scrittura dei miei "interessantissimi"posts, ho osservato dall'alto, senza farmi vedere, quello che è rimasto della blogoclasse durante la sessione d'esame.
Immaginavo un canto del cigno, invece è stato, ed è, tutto molto diverso.
La frequenza degli aggiornamenti si è ridotta, ma si percepisce che ancora c'è vita e che ci rimarrà per un po'.

Comunque bisogna valutare il corso.
Partirò dalla mia prospettiva.

In principio ero terrorizzata dall'idea di tenere un blog, non perché mi sentissi superiore o completamente impacciata nel Web 2.0, ma perché mi intimoriva mettermi in mostra.
Non mi andava che si leggesse quello che scrivevo perché non consideravo questo tipo di confronto, che mi sembrava indiretto, come produttivo e stimolante; mi faceva paura e basta.
Comunque avevo desiderio di fare questa nuova esperienza, ero attratta dall'idea.
Così ho iniziato a scrivere qualcosa e poi, facendomi violenza, ho iniziato a commentare i blog degli altri.
Alla fine, però, ci ho preso gusto.

Non ho mai scritto con costanza, ma solo quando c'era qualcosa che mi andava di condividere.
Io ho risposto così. Non credo che sia questione di giusto o sbagliato è semplicemente accaduto così.
La risposta agli stimoli mandati dal Prof è stata, per fortuna, abbastanza eterogenea.

Infatti l'aspetto che più ho apprezzato in questa esperienza sono state le discussioni nate dalle reazioni dissonanti e critiche a quello che ci veniva proposto. In questo modo ho avuto più spunti per una riflessione.
Ho avuto modo, infatti, di porre l'attenzione su cose che immaginavo non mi avrebbero coinvolto, come invece hanno fatto.

Il Prof ha parlato più volte di esperienza durante le riflessioni sull'educazione: più che con tante parole ha mandato questo tipo di messaggio con il farci creare la blogoclasse.
E'stato un corso, e continuerà ad essere, un corso di libero pensiero e libera espressione.

Però per me non è stato tutto così facile e diretto.
Ho accettato dopo diverso tempo questo modo di fare un corso, non tanto nella modalità didattica, se così si può dire, ma nel modo in cui erano poste le questioni.
Troppo provocatorio.
Ora però capisco perché sia stato necessario che fosse così.
Che si voglia ammettere o no, il Prof aveva ragione a dire che passiamo sotto il suo sguardo per poco tempo e che è fondamentale essere pungenti per far reagire.

Per me è stato molto di più di un Corso d'Informatica.

domenica 12 luglio 2009

Corro


"Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.
Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, non importa che tu sia leone o gazzella, l'importante è che cominci a correre."

martedì 9 giugno 2009

Sull'immortalità della Rete


Ho acceso il computer senza avere la minima intenzione di scrivere un post, ma come potrete notare ho cambiato rotta.
Considerando che i miei neuroni sono in stand-by e che questo sarebbe un momento di riposo dall'embriologia, non garantisco niente.
Prendete un po'quello che mi viene, sempre che vi vada di leggere queste due pensieri buttati là e scritti anche male.
Gli argomenti di cui vorrei parlare sarebbero due, ma forse è meglio "riflettere"solo sul primo.

Domenica il mio caro bel computerino è morto, o meglio, la sua anima è uscita dal corpo.
L'hard disk se ne è andato verso più bei luoghi, mentre le membra sono rimaste in camera mia.
Ed ecco fatto: in un batter d'occhio tutte le mie cose scritte, fotografate, scaricate in questi due anni si sono volatizzate.
Perché? Perché qualcosa non ha funzionato.
So bene che sono stronzate, quando non funziona qualcosa nella nostra macchina, che saremo noi stessi, è palesemente molto peggio, ma insomma voglio parlare del mostro, della tecnologia, che, come tutto il resto, quando vuole ti porta via materialmente cose a cui, in un certo senso, tieni molto.
Non voglio prendermela con l'oggetto intelligente che si è stufato di fare il suo dovere, l'imbecille sono solo io che non ho salvato tutto su un hard disk esterno o su una pagina wiki, lasciando da parte che è successa la stessa cosa a mia sorella un mese fa.

Comunque , e qui l'elogio allo Web 2.0, lui regge, resiste, dura e non si rompe.
Ma è immortale?
Dato che è stato creato da noi e che di imperituro non può esistere niente, la risposta è certamente no.
La rete è una cosa viva, ci disse il Prof in "Coltivare le connessioni", e non posso che dire che se è viva può morire.
Non sono un'esperta in informatica, sono alle prime armi e per me aver creato un blog è già tanto, e quindi in fondo, alle fondamenta non so come funzioni questa cosa strabiliante che ti permettere il contatto con l'esterno ovunque (o quasi) tu sia.

Ovviamente non si può neanche prevedere, anche se è molto remoto e impensabile, che salti tutto.
Ma può succedere, almeno credo.
Per come è fatto, almeno in apparenza, Internet sembra invincibile sopra le parti per le opportunità che offre e per la grandezza smisurata di informazioni, di visioni e di contatti che sono nati là dentro.
E'umano non concepire l'idea della fine, del black out, in ogni campo, ma se poi la fine coincide con la perdita di un qualcosa che non è mai stato "concreto",nel senso di toccabile, è ancora più strano.

E qui giungo a dire che non sarebbe un problema.
I templi, le statue, i palazzi o le varie forme d'arte sono state fatte dall'uomo per essere guardate toccate e sentite nell'accezione concreta del termine.
Internet, se viene utilizzato in un certo senso, è un insieme di strumenti che portano alla riflessione, alla cura e allo sviluppo interno: nutrono solo l'anima, come fanno anche le forme d'arte, ma in maniera diversa.

Il resto che sta fuori, quello creato dall'uomo , deve rimanere, deve essere conservato quanto più a lungo e non può evolvere: si mostra sempre nello stesso modo (pensate a un dipinto) e deve arrivare ai più nel tempo perché avrà certamente qualcosa da dire di diverso a loro, a seconda del periodo storico, della sensibilità personale e di molte altre cose. L'osservazione , la conoscenza e l'esperienza faranno nascere da lì altre idee, che si spera non cancellino quello che c'è stato, ma partano da lì per migliorarsi e per andare avanti. La Rete, invece, è costruita in modo da rinnovarsi e superarsi di attimo in attimo, quasi fosse davvero naturale e non statica, come molte delle cose che noi costruiamo.

E se si rompe,pace: verrà ricostruita meglio, con idee nuove.

sabato 6 giugno 2009

Torta di pesche e cioccolato


Finalmente una torta vera!
Mi sono decisa a fare una Torta, senza la solita attenzione a cercare la meno calorica possibile!
Anche se dove potevo, ho ridotto le dosi.
Sinceramente l'aspetto non è dei migliori, lascia alquanto a desiderare, ma è buonissima!

Quindi se siete depressi da istologia/embriologia, magari concedetevi un dolce momento di pausa, e improvvisatevi pasticceri.
A me a volte serve.

Comunque lascio la ricetta.

Tempo di esecuzione: 1 ora

Ingredienti:
  • 600 g di pesche (io ho usato quelle noci, ma è uguale!);
  • 200 g di cioccolato fondente;
  • 60 g di burro (io ne ho messo 60, anche se nella ricetta c'era scritto 100 g. E' un po'più leggera, ma non penso si senta la differenza);
  • 3 uova (ce ne volevano 4: vedi sopra il motivo della mia riduzione!);
  • 100 g di zucchero bianco;
  • 50 g di farina.
Procedimento:
  1. Far scottare le pesche in acqua in ebollizione, per qualche secondo, scolarle e farle raffreddare in acqua fredda. Scolarle di nuovo, privarle della buccia, eliminare il nocciolo e tagliarle a fette abbastanza spesse.
  2. Spezzettare il cioccolato, unire il burro e farli fondere in un tegamino a bagnomaria.
  3. Dividere i tuorli d'uovo dagli albumi. Mettere in una terrina i tuorli, aggiungere lo zucchero e lavorarli fino ad ottenere un composto chiaro e spugnoso; unire la farina setacciata e incorporarla delicatamente.
  4. Montare gli albumi a neve.
  5. Aggiungere al composto il cioccolato e il burro fusi, gli albumi montati a neve e incorporare il tutto con un mestolo di legno; unirvi infine le fette di pesca.
  6. Versare il composto in una tortiera imburrata e infarinata, porla nel forno preriscaldato a 180° e far cuocere il dolce per 35-40 minuti.
  7. Togliere la tortiera dal forno e servire il dolce, caldo, nello stesso recipiente di cottura.
Buon dolce!

giovedì 4 giugno 2009

7°Assignment: Papavero, sonno ed oblio


Sono approdata anch'io su Medal.org.
Come sempre la prima sensazione che provo a vedere cose strane che non capisco è un iniziale rifiuto, seguito dalla più forte curiosità che poi mi riporta, in questo caso, al sito che avevo tempestivamente chiuso, perché non c'avevo capito nulla.
Poi pian pianino inizio a muovere i primi passi e poi, via, corro.
La mia corsa mi ha condotto a trovare molti algoritmi interessanti, che reputo, saranno utili al primo impatto con il paziente.
Servono a costruirsi una sorta di schema, preciso, esatto su cui poi l'incertezza verrà inserita a sua volta.
Anche questo sistema è una sorta di equilibrio: capire il limite della certezza senza affidarsi totalmente né a lei, né all'incertezza.
Il discorso torna, è riconducibile a quello del caos, dell'ordine, della follia e della ragione.

Ho percepito abbastanza subito l'utilità di Medal.org, ma non avendo gli strumenti necessari per fare una ricerca in campo medico,abbastanza decente, ho cercato una cosa totalmente inutile: ricondurre attraverso l'esame delle urine se un paziente ha abusato di semi di papavero e quindi si è intossicato.
La ricerca è un po'sulla solita linea d'onda di quella che feci su PubMed riguardo alla cadaverina e la putrescina: a prima vista sembra inutile, ma poi non è così, almeno per me!
Avremo le orecchie piene di malattie comuni o meno comuni (non vedo l'ora!), ma appunto il bello sta nei casi meno comuni: l'incertezza dà il brivido.
Per adesso non siamo in grado di costruirci un solido bagaglio di esperienza, almeno all'interno dell'università, e quindi le cose diverse bisogna un po'inventarsele!

Inserisco un breve passo tratto dal libro"I paradisi della droga", dal capitolo "che cosa sono gli stupefacenti"di Nedd Willard in cui spiega a livello elementare come vengono prodotti i vari tipi di droga, in questo caso gli oppiacei.
Il suddetto libro non pensa venga ancora pubblicato.

"...Quando si scalfisce la capsula del fiore di papavero o le si pratica una incisione, ne esce una resina pastosa:l'oppio.
Sotto questa forma bruta lo si può mangiare, o bere, oppure fumare. I procedimenti di estrazione permettono di ricavarne la morfina e un altro prodotto potentissimo, l'eroina. Qualunque sia la loro forma, gli effetti generali di queste sostanze restano all'incirca gli stessi. L'oppio e gli oppiacei calmano e sopprimono il dolore, e alleviano l'ansietà. Il meccanismo dei loro effetti è male conosciuto. Sembra che essi esercitino un effetto sedativo su certe regioni del sistema nervoso centrale e che tendano così a ridurre la fame la sete la paura e il dolore. Non sembra che essi diminuiscano la capacità di ogni individuo a lavorare , o a reagire nelle diverse nelle diverse situazioni sperimentali."

Detto questo, tanto per riportare alla mente l'argomento, dichiaro di aver scelto questo tema perché magari potrà capitare il caso di un bimbo che ha ingerito semi di papavero e che ha certi sintomi spiegati nell'algoritmo.
Tanto per ricordare: io da piccola non so quante gemme di papavero avrò aperto per vedere se il fiore sarebbe nato rosso o no! (In realtà penso che quelli più chiari erano semplicemente più giovani. Che crudele ero.)
Me ne sarò mangiati qualcuno, anche se ho rimosso!
Comunque quello di cui parlo è io è Papaver Somniferum, che non cresce nei nostri prati, anche se le sostanze contenute sono le stesse, ma presenti in minor quantità.
Comunque il papavero, il magico fiore , ha il potere di attrarre con la sua quasi trasparente evanescenza.

Se vi interessa andate su Medal.org e, dopo essere entrati, scrivete poppy.
La pagina che ho considerato è la prima (sono solo due gli articoli che vengono dalla ricerca!)
Avevo provato a mettere il link all'articolo, ma non si può: è necessaria la registrazione a Medal.org.

sabato 30 maggio 2009

"Il medico e lo stregone"





Ieri ho assistito alla proiezione del film "Il medico e lo stregone": una commedia italiana degli anni '50 molto piacevole e divertente, ma allo stesso tempo ricca di un messaggio educativo profondo ed ancora attuale.

Prima di parlare della discussione/riflessione derivata dalla visione del film cerco di spiegare brevemente la natura del progetto che ieri è stato presentato.
Si tratta della proiezione di una serie di otto films, a partire da gennaio prossimo, che devono ancora essere scelti, ma che avranno come tematica "Le medicine".
Le medicine possono essere intese come le medicine alternative alla tradizionale, oppure come la medicina ospedaliera e territoriale: questo è ancora da vedere.
Gli incontri saranno seguiti da forum di discussione guidata da esperti.
Il progetto terminerà con una sorta di laboratorio, ma sinceramente non ho ben capito di cosa si tratterà.
Le informazioni che sto scrivendo sono state date dalla Prof.ssa Valanzanoe da altri collaboratori impegnati nel progetto durante l'incontro di ieri; in futuro ci saranno certamente dei cambiamenti.
Il progetto, che sta nascendo anche in altre facoltà di medicina, ha come obiettivo quello di portare gli studenti, che stanno percorrendo la lunga strada della formazione, a riflettere sul lato umano del ruolo che ricopriranno in futuro attraverso la visione di un film, che è in grado di provocare reazioni emotive istantanee e pertanto può essere utile.
Si inserisce nel panorama, nella linea guida che la Prof.ssa Valanzano sta plasmando nella nostra facoltà: potenziare il carattere umano della comunicazione durante la formazione, attraverso progetti come il nostro tirocinio al primo anno, che anche se troppo lungo, aveva come finalità un aspetto degno di molto rilievo: il percepire, senza schemi di pensiero predefiniti, la vita e la comunicazione nel reparto, guardando al lato umano della cosa, ovvero guardando gli uomini, non sono i malati (neanche le malattie, che ancora non conosciamo), ma anche anche il resto del personale che si aggira in ospedale.

Il film dovrebbe indurre a questo tipo di riflessione, almeno così ho capito io, allontanandosi un po'dai soliti libri.
E' un po' come far vedere al popolo lo spettacolo teatrale per denunciare la politica: i mezzi visivi sono molto diretti.

Comunque, tornando al film, in due parole racconta la storia di un giovane medico condotto (Mastroianni) che viene mandato ad esercitare la sua professione in un paesino di montagna in cui non era arrivata la medicina, e con lei il progresso. Nel paesino le persone si facevano "curare" da don Antonio (De Sica), uno stregone che sfruttando l'ignoranza e la fiducia che il popolo aveva verso di lui, "risolveva" problemi di salute e non solo.
Il medico non riceve subito dalla gente l'apertura e il rispetto che sperava.
Il popolo rifiuta le sue cure semplicemente perchè il medico non aveva stabilito contatti, come invece aveva fatto lo stregone.
Ci vorrà del tempo perché il medico acquisti la fiducia della gente e in questo consisterà la sua formazione umana, che lo costringerà anche a giungere a dei compromessi.
Tra ciarlataneria e scienza medica, certamente vince la seconda, ma, anche se è difficile da ammettere, ha anche lei qualcosa da imparare dalla prima: il suo lato comprensivo e l' empatia (così almeno viene rappresentata la ciarlataneria nel film).

Il medico può curare e quindi aiutare solo se il paziente ha fiducia in lui e ha creato con lui una relazione umana.
Come è venuto fuori dalla discussione, il discorso può sembrare circoscritto al solo medico di medicina generale, che è il primo punto di riferimento sanitario del cittadino, ma non è vero, infatti può essere esteso anche all'equipe medica e non, in reparto: la comunicazione fra il personale tra di sé e con il paziente è la base per creare un ambiente più favorevole alla cura.

In questa riflessione sembra che sia stato lasciato da parte il lato della conoscenza in senso stretto. Non l'ho rimarcato perché è considerata fondamentale all'unanimità.
La conoscenza è conditio sine qua non, ma nella medicina è fondamentale non perdere di vista la persona con il suo vissuto e i suoi valori che vanno non solo rispettati, ma anche compresi ed accettati.

C'entra sempre la psicologia positiva e l'effetto placebo: la fiducia fa già tanto da sè.

domenica 24 maggio 2009

Anche se ancora oggi ho difficoltà a capire


La visita ormai giornaliera della blogoclasse, l'annaffiatura dei miei fiori, qualche volta mi pone dei dubbi e delle tematiche su cui riflettere che possono dare inizio ai miei usuali stream of cosciousness.
Questa sera è così.
Sensazioni avute in momenti e in luoghi diversi mi hanno portato, con più forza del solito, a chiedermi il perché sia così difficile concretizzare il desiderato.
Caso, risponderei, ma non solo.
Per fortuna, altrimenti dovrei spararmi.

"Non sono sempre i desideri a determinare il destino e la missione di un uomo: ci può essere qualcos'altro, di predestinato". Hermann Hesse

Prendendo spunto dal post di Irene (Irros'blog) sul quindicesimo anniversario dalla fondazione di Emergency trascrivo un brano tratto da "Pappagalli verdi"di Gino strada, che spero abbiate letto: non posso che ripensarci con una forte ammirazione unita a un senso di infinita piccolezza.
E'un medico anche lui, come, forse, lo saremo in tanti, ma certamente un po'diverso da molti di quelli che girano nei nostri ospedali con il camice bianco immacolato.
Avremo noi almeno un pizzico della sua forza per CREARE e per CREDERCI?

La lettura del suddetto libro/insieme di ricordi mette di fronte a una realtà inumana.
Nel mio piccolo penso: mi alzo e vado.
Ma quanta forza ci vuole a estendere quella coscia.


"Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell’ospedale di Quetta.

Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o quel che ne restava, coperti da abbondanti fasciature.
Stava sdraiato, immobile, la camicia annerita dall’esplosione.
Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l’emorragia.

“È stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi” disse Mubarak, l’infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino di acqua e una spugna.

Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo.
Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento.

In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c’era più, sostituita da un’orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate.
Avrà preso in mano una granata, mi sono detto.

Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.
“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’ hanno raccolta sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala.
“…Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota.
Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”

Mine giocattolo, studiate per mutilare i bambini.
Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire…

Tre anni dopo ero in Perù.
Quando me ne andai da Ayacucho, dopo mesi passati a organizzare il reparto di chirurgia, un amico peruviano, artista e poeta, mi ha regalato un retablo, una specie di presepe in gesso.
Una scena di violenza e di lotta per il diritto alla terra.

Intorno alle figurine di contadini incatenati, trascinati via da militari con il passamontagna, tante spighe di grano, molto alte, dorate.

Sopra le spighe stormi di loros, pappagalli verdi col becco adunco e gli occhi rapaci.
“Per i contadini di qui – mi disse Nestor spiegandomi il retablo – i pappagalli simboleggiano la violenza dei militari, hanno lo stesso colore delle loro uniformi.
Arrivano, si prendono il raccolto, spesso uccidono, e se ne vanno via.”

Nestor mi raccontava la misera vita della gente di quella regione andina, le sofferenze e la rassegnazione, e la violenza sistematica.
Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan.

Mine antiuomo di fabbricazione russa (reverse engineering di un oggetto statunitense disperso largamente in Vietnam nei primi anni '70), modello PFM-1.
Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre.

E ho visto i suoi occhi increduli, come erano stati i miei, e le labbra aprirsi un poco in segno di sorpresa.

La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto.
Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.

Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto.
Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini.

La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione.
Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.

Poi esploderà.

E qualcun altro farà la fine di Khalil.


Amputazione traumatica di una o di entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità.

Insopportabile.


Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio.
Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono.

Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio per sempre.

Dicevo queste cose a Nestor, seduti nel suo laboratorio pieno di quadri e sculture, e di figurine in gesso da colorare.
Discorrevamo di guerra e di violenza, di repressione e di libertà, di diritti umani.
Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza?

Mentre mi parlava delle tragedie della sua terra, del massacro dei contadini di Huanta che chiedevano solo che i loro figli potessero andare a scuola, avvertivo nelle sue parole, mescolate a un atavico pessimismo, la rabbia soffocata, il desiderio di ribellione.

Ma poi, inevitabilmente, il suo pensiero tornava ai pappagalli verdi, a quelli che scendevano dal cielo nel lontano Afghanistan.
E allora Nestor scuoteva la testa, e la rabbia lasciava il posto alla tristezza, quella che riempie la mente quando non c’è più la possibilità di capire, quando è svanita la ragione ed è solo follia.

Così abbiamo immaginato – sapendo che era tutto maledettamente vero – un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della PFM-1.
E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai in un’officina che ne producono a migliaia, ogni giorno.

Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli.
E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti….

Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti.
Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare quegli infelici per il resto degli anni.
Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato.

E tutto ciò avviene dalle nostre parti, nel mondo civile, tra banche e grattacieli. Al confronto anche i loros, verdi pappagalli che infestano le Ande, sembrano meno feroci, verrebbe da dire più umani.

Non ho più saputo nulla di Mubarak, da sette anni.
Ho incontrato molti Khalil in giro per il mondo, l’ultimo si chiama Thassim.

Non è afgano, è un ragazzo curdo di quindici anni, è cieco e senza mani. L’ho operato due settimane fa, uno strano intervento chirurgico che trasforma gli avambracci e li rende simili alle chele di un granchio, o a bastoncini cinesi, perché possa afferrare gli oggetti, mangiare da solo, fumarsi una sigaretta.
Gli stiamo insegnando ad adattarsi alla nuova forma del suo corpo, a usare al meglio quel che è rimasto.

Thassim ha raccolto la sua mina, il suo maledetto pappagallo verde, vicino a Mawat, un villaggio di montagna circondato da boschi di querce, rese ancora più maestose dalla prima neve di novembre.

Lo guardo mentre cerca, per ora senza successo, di portarsi un cucchiaio alla bocca senza rovesciare la zuppa.
È stanco, e un poco frustrato, per oggi non vuole più saperne di fare esercizi."